testata terragnoli margone

foto1Gennaio 2018

Era caduta la neve, tanta, specie in montagna e così, si era tutti allegri e ‘sportivi’ e tutti con una gran voglia dandà a burùna* (arrampicare) chi di qui e chi di là. A me è toccato Domenico da Margone che, l’altro giorno, ostentando una nonchalange notevole, mi ha detto: “Vieni che andiamo su al Falin, su questa neve si cammina come su di un nevaio, così controlliamo i cartelli che avevamo messo”.
Come si fa a rifiutare una gita così semplice ed appagante? Anche perché è un tracciato sicuro da slavine e valanghe, altrimenti già Domenico stesso non lo avrebbe neppure proposto.
Il giorno dopo, armati di macchine foto, macchina cine e ciaspole, caricate nello zaino ma solo per sicurezza, ci avviamo su per la montagna con la neve alta così. Nel primo pezzo marciavamo come due Papi, si chiacchierava, si guardavano le orme dell’airone che era andato a pesca nel torrente, e poi quelle della volpe. Un poco più in alto, alle prime baite del Vajet trovammo le impronte del cervo e una tana ‘dl fuin*(faina). Il cielo non era granchè bello, anzi era quasi nuvoloso e la visibilità sulla neve non era poi così perfetta, ma, tanto valeva, Domenico aveva detto che quelle erano solo le nubi del mattino e che poi, magari, sarebbe uscito il sole. Si era nel bosco e la fioca ‘nplacà*(appiccicata) sui tronchi, e su tutta la lunghezza del tronco, la diceva lunga su che cosa poteva essere successo da quelle parti lì.
Non eravamo ancora giunti a metà del bosco che già arrancavamo e sbuffavamo come due Lancia Esatau. Tanto valeva mettersi le ciaspole visto che si incominciava a sprofondare. Domenico, aveva detto bene che la neve era come su di un nevaio, solo che era gelata sotto ma farinosa sopra, e con le ciaspole si arrancava e si sbandava su per quella prima diagonale, in salita, del bosco. Com’è come non è, arriviamo in cima ed il cuore è contento perché ora sarà solo più la lunga diagonale che mena al lago. Camminare con le ciaspole su di un sentiero in piano può essere facile e piacevole, molto meno quando quel famoso sentiero non c’è più e si cammina su di un unico piano inclinato. Ormai non ci parlavamo più, o meglio, Domenico, davanti a me, ogni tanto ne cantava un pezzo, ma, secondo me, lo faceva per coprire lo scivolone che aveva appena fatto. Da parte mia non c’erano problemi, dovevo solo seguire le sue tracce e già dovevo tenere da conto il fiato, altro che chiacchierare. Ora qui sò che una gran moltitudine di lettori, mi commisereranno, guardandomi con sufficienza. Nessuno infatti crederà che quella sia stata come la mitica fatica di Sisifo. Ma io risponderei, come diceva quello là “...provare per credere...”.

Un pezzo avanti, scivolone, un altro pezzo avanti ed un altro scivolone, e poi un altro ancora, quasi senza soluzione di continuità. Se fosse possibile, lassù, la neve era ancora più abbondante ed ancora più farinosa, una polvere secca. Un poco mi sembrava di navigare come il Titanic ed un poco scivolavo giù per la china fino a quando riuscivo a puntare una ciaspola contro un tronco e fermarmi. Credetemi, al quarto scivolone, tutta la poesia di quella gita era già abbondantemente evaporata. Quasi inutile aggrapparsi ai rami delle drosi*(ontani) un po’ perché troppo esili e quindi flessibili e di nessuna utilità ed un po’, peggio, perché secchi e quindi fragili e causa di scivolata. Infine, sentivo cantare più di prima, e voleva dire che già Domenico era arrivato al Falin. Il sole non era comparso, la visibilità era quella che era, ed al Falin c’era tanta, tanta neve. Scattato due foto e girato uno spezzone di film, motivi di quella spedizione, un inutile filmato ed altrettanto le foto, in quel deserto bianco e senza luce. Era ormai circa mezzogiorno, abbiamo mangiato, in piedi, e con gli zaini sul groppone, mezzo panino a testa e bon. Dobbiamo sloggiare, a mezzogiorno lassù è già tardi, allora a Domenico, gli viene un’idea, ‘... Saliamo ancora sul truc e poi scendiamo giù per la strada...’dice. Con calma lo informo che sono già in riserva, le mie riserve segnano rosso e lui, stranamente, concorda di discendere per lo stesso itinerario di salita. Era successo che buttando il suo occhio esperto sulla strada che saliva a Malciaussia, aveva visto, nei punti che lui sapeva, dove erano precipitate almeno quattro slavine che sommergevano la strada. Non era tanto il fatto che due ‘valentuomini’ esperti di montagna facessero una figuraccia ad essere spiattellati sotto le slavine, e la cosa poteva anche divertire, ma il grave sarebbe stato passare quelle montagne di neve granulosa, ghiacciata ed ammucchiata, dopo una giornata non proprio tranquilla. Con ciaspole o scarponi si sarebbe fatto sicuramente notte inoltrata, in questo caso, ci sarebbe anche stato il rischio che, magari, fosse partita una squadra di soccorso ed allora ciau Pinota, la frittata sarebbe stata fatta. Nel ritorno, la neve era appena più marcia e le ciaspole tenevano un poco di più, tutto funzionò a meraviglia e ‘navigavamo’ in quel mare bianco abbastanza ‘speditamente’. Poi, finita la prima diagonale, non vedevo più Domenico. Ero quasi giunto al punto più ripido in assoluto, stretto e verticale, una favola noir. Dal basso una voce mi consiglia di sedermi e lasciarmi andare giù. Alle volte chissà come mai la voglia di ridere si raffredda, e ti domandi “...e adesso?...”. Di laggiù, ora lo vedevo, Domenico ‘consigliava’ di fare come aveva fatto lui. E c’era poco da fare, diversamente non si scendeva.

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Ora una persona con buon senso è naturale che pensi: A che velocità scendo per questo verticale di neve? Come mi fermerò? E’pieno di alberi qui, si scanseranno? Bè, non c’era da farla tanto lunga, e mi sedetti sulla neve, nel preciso momento in cui iniziai a frenare con le ciaspole di traverso. Fui fortunato, quando la discesa cominciava a diventare preoccupante, un albero benevolo accolse le mie ciaspole e riuscii a fermarmi con la testa a monte, sì perché per una frazione di tempo temetti che dopo aver cozzato contro l’albero, facessi perno sullo stesso e la testa, e lo zaino prendessero il sopravvento e continuassi la discesa a testa prima. Poi mi toccò ripartire e questa volta, forse perché era ancora più ripida, un mucchio di neve spinto dalle ciaspole, scendeva prima di me. Non doveva essere un bello spettacolo perché Domenico, giurò che appena prima di fermarmi mi aveva sentito dire “...no, no, no...”, probabilmente perché non ero troppo soddisfatto della posizione in cui mi trovavo ed i bastoncini andavano per conto loro.

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A proposito, devo un ringraziamento a Domenico perché ad un mio bastoncino di era rotta la rondella di plastica e quindi era inservibile perché ad ogni passo affondava fino al manico, ma lui fece cambio con uno suo e tribulò lui col mio. (Ne approfitto per raccomandare di controllare sempre l’efficienza dell’attrezzatura). In questa seconda trance della discesa, l’albero che mi accolse era più arcigno e per poco non lo mancai, fosse successo , avrei potuto scivolare chissà fino a dove. Ci levammo in piedi, pieni di neve, due battute sul buon esito della tavanada*(grulleria) e continuammo la discesa, con le ciaspole. C’era stata una zona ‘morta’ dove quelle non reggevano più e senza si sprofondava. Ma infine, salvo qualche sprofondameno fino all’inguine, la spedizione finì così. Per quello che mi riguarda, e non solo io, ero bagnato fino all’osso, di sudore e di neve, per fortuna che la temperatura era stata clemente e non era scesa troppo sottozero.
Il giorno dopo il Comune di Usseglio emanò l’ordinanza che vietava ogni gita, su tutto il territorio comunale, da allora non sarebbe più stato possibile salire.
Deo gratias.